E se fosse possibile trapiantare isole capaci di produrre insulina senza dover ricorrere all’immunosoppressione?
Possiamo rispondere oggi che è possibile!
E’ stato pubblicato sul New England Journal of Medicine l’aggiornamento del primo studio condotto nell’essere umano con isole pancreatiche geneticamente modificate attraverso la tecnologia sviluppata da Sana Biotechnology.
A oltre 14 mesi dal trapianto, effettuato senza somministrare farmaci immunosoppressori, le cellule risultano ancora vitali e capaci di produrre insulina.
Il risultato rafforza una prima e importante prova di principio.
Non rappresenta, tuttavia, una terapia già disponibile: lo studio riguarda una sola persona, utilizza una quantità molto ridotta di isole da donatore cadavere e ha come obiettivo principale la valutazione della sicurezza di queste isole geneticamente modificate nell’uomo.
Perchè l’immunosoppresione rappreseta un ostacolo
Nel diabete di tipo 1, il sistema immunitario distrugge le cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina.
Le terapie cellulari cercano di sostituire le cellule danneggiate dal sistema immunitario della persona con nuove cellule funzionanti. Il problema è che il sistema immunitario può riconoscere le cellule trapiantate come estranee e attaccarle e a questo nelle persone con il diabete di tipo 1 si può aggiungere anche l’attacco dell’autoimmunità (nel caso in cui si trapiantino cellule della persona stessa)..
Per proteggere le cellule infuse, i trapianti di isole pancreatiche richiedono l’assunzione di farmaci immunosoppressori. Questi trattamenti riducono l’attività del sistema immunitario, ma possono provocare effetti indesiderati, tra cui problemi ai reni, e rendono difficile immaginare un’applicazione della terapia su larga scala.
La ricerca sta quindi studiando diverse strategie per proteggere le cellule trapiantate. Tra queste vi sono:
- l’incapsulamento, che crea una barriera fisica intorno alle cellule;
- il gene editing, che interviene direttamente sulle loro caratteristiche biologiche.
Fondazione Italiana Diabete sostiene da tempo la ricerca nel campo del trapianto di isole pancreatiche e delle tecnologie di incapsulamento.
La strategia sviluppata da Sana Biotechnology
Sana Biotechnology sta sviluppando in collaborazione con le Università di Uppsala e Oslo una tecnologia basata sul editing genetico con l’obiettivo di rendere le cellule trapiantate meno riconoscibili dal sistema immunitario.
Queste cellule vengono definite ipoimmuni: sono modificate per ridurre il rischio di attacco immunitario, continuando allo stesso tempo a svolgere la propria funzione e a produrre insulina.
Nel primo studio condotto nell’essere umano, alcune isole pancreatiche provenienti da un donatore deceduto sono state geneticamente modificate e successivamente trapiantate nel muscolo dell’avambraccio di una persona con diabete di tipo 1.
Il trattamento è stato effettuato senza ricorrere a farmaci immunosoppressori.
I primi risultati dello studio sono stati descritti anche in una pubblicazione sul New England Journal of Medicine, una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali in ambito medico.
➡️ Qui il link all’articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2604408
Il contributo della professoressa Hanne Scholz
FID aveva già approfondito questo percorso di ricerca intervistando Hanne Scholz, professoressa, senior scientist e direttrice del Centro di Isolamento dell’Ospedale dell’Università di Oslo.
Il suo gruppo di ricerca, in collaborazione con Sana Biotechnology, ha lavorato allo studio delle isole pancreatiche modificate per ridurne il riconoscimento da parte del sistema immunitario.
Nell’intervista realizzata da Fondazione Italiana Diabete, la professoressa Scholz aveva spiegato perché eliminare la necessità dell’immunosoppressione rappresenti un passaggio fondamentale per rendere, in futuro, le terapie cellulari più accessibili alle persone con diabete di tipo 1.
Lo studio, condotto tra Uppsala e Oslo, ha permesso di valutare per la prima volta questa strategia in una persona.
Una quantità di cellule molto ridotta
La persona coinvolta nello studio ha ricevuto una quantità di isole pancreatiche pari a circa il 5% della dose normalmente considerata necessaria per tentare di ripristinare completamente la produzione di insulina.
La dose ridotta riflette la natura esplorativa della sperimentazione.
Si tratta infatti di uno studio di fase 1, nel quale l’obiettivo principale è verificare la sicurezza del trattamento. La procedura non era stata progettata per rendere la persona indipendente dall’insulina né per sostituire la terapia quotidiana.
I ricercatori hanno comunque monitorato la funzione delle cellule attraverso la misurazione del C-peptide, una sostanza prodotta insieme all’insulina e utilizzata come indicatore della produzione insulinica dell’organismo.
Che cosa mostrano i nuovi dati
Prima di tutto dopo 60 settimane non sono stati riportati eventi avversi gravi.
A oltre 14 mesi dal trapianto, nella persona coinvolta era ancora rilevabile il C-peptide. Questo indica che le cellule trapiantate erano ancora vive e continuavano a produrre insulina.
Le isole pancreatiche risultavano inoltre visibili nella sede del trapianto attraverso esami PET e risonanza magnetica.
Dopo circa un anno, i ricercatori hanno osservato una diminuzione temporanea del C-peptide, interpretata come un possibile segnale di affaticamento delle cellule beta. Successivamente, i livelli sono tornati ad aumentare.
Si tratta di un’osservazione interessante, che dovrà però essere approfondita e confermata da ulteriori studi.
Che cosa è successo dal punto di vista immunitario
Nella persona coinvolta non è stata rilevata una risposta immunitaria contro le isole pancreatiche trapiantate.
Gli autoanticorpi associati al diabete di tipo 1 sono rimasti presenti, ma durante il periodo di osservazione non sembrano aver compromesso la sopravvivenza e la funzione delle cellule modificate.
Questo dato suggerisce che il gene editing possa aver aiutato le isole trapiantate a evitare il riconoscimento da parte del sistema immunitario.
È però importante mantenere una formulazione prudente: il risultato riguarda una sola persona e non permette ancora di stabilire se la stessa protezione sarà efficace nel lungo periodo o in un numero maggiore di partecipanti.
Perché il risultato è importante
Uno dei principali limiti delle terapie cellulari è la necessità di proteggere le nuove cellule sia dal rigetto del trapianto sia dalla risposta autoimmune che caratterizza il diabete di tipo 1.
Il fatto che le isole modificate siano rimaste vitali e funzionali per oltre 14 mesi senza immunosoppressione rappresenta quindi un segnale rilevante.
Questi dati costituiscono una prova di principio: mostrano che la strategia può funzionare biologicamente in una persona.
Non dimostrano ancora, però, che il trattamento sia sicuro, efficace e applicabile su larga scala.
I limiti ancora da superare
Lo studio presenta diversi limiti:
- riguarda una sola persona;
- utilizza una quantità molto ridotta di cellule;
- non è stato progettato per eliminare la necessità della terapia insulinica;
- presenta un periodo di osservazione ancora limitato.
Esiste inoltre un altro ostacolo importante: le isole pancreatiche utilizzate nello studio provengono da un donatore deceduto.
Lavorare con cellule provenienti da donatore è complesso. La loro disponibilità è limitata e la produzione non può essere programmata con facilità. Questi fattori rendono difficile immaginare un trattamento accessibile a un numero elevato di persone.
Il prossimo passo: le cellule staminali
Per superare il limite legato alle cellule da donatore, Sana Biotechnology prevede di applicare la propria tecnologia ipoimmune a isole pancreatiche prodotte a partire da cellule staminali.
L’obiettivo è ottenere cellule più standardizzate, riproducibili e potenzialmente disponibili su scala più ampia.
Il programma di Sana basato su isole pancreatiche derivate da cellule staminali è denominato SC451 ed è ancora in fase di sviluppo.
Questa nuova fase richiederà ulteriori studi clinici per valutarne:
- la sicurezza;
- l’efficacia;
- la durata della risposta;
- la capacità di produrre insulina in quantità clinicamente significative.
Anche in questo caso si tratta di una prospettiva di ricerca e non di un trattamento già approvato.
Un percorso che FID continua a sostenere e raccontare
Seguiamo da vicino lo sviluppo delle terapie cellulari, le sosteniamo con i fondi per la ricerca perché rappresentano una delle principali direzioni della ricerca verso una cura definitiva del diabete di tipo 1. Presto potremo darvi notizie importanti sugli studi che stiamo sostenendo e sosterremo nei prossimi cinque anni.
Durante il DIABETHON 2025 abbiamo dato voce direttamente ai ricercatori, raccontando passo dopo passo il lavoro sulle isole pancreatiche, sul gene editing, sull’immunosoppressione e sul possibile ruolo delle cellule staminali.
Guarda gli approfondimenti
Gene editing e isole pancreatiche modificate
➡️ Guarda l’approfondimento video di FID a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=BDO7qHvgczc
Intervista alla professoressa Hanne Scholz
➡️ Guarda l’intervista realizzata da FID a questo link: https://www.instagram.com/reel/DLz6ZWyMqcT/
Intervista al professor Per-Ola Carlsson
➡️ Guarda l’intervista realizzata da FID: https://www.facebook.com/FondazioneItalianaDiabete/videos/a-che-punto-siamo-coi-trapianti-senza-immunosoppressione-ovvero-con-isole-geneti/1617007156255877/









