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Perché la Finlandia ha il più alto tasso di diabete di tipo 1 al mondo?

La borsa di Studio Sofia filippini quest’anno è stata vinta dalla dott.ssa Squintani, specializzanda e ricercatrice dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma che andrà sei mesi in Finlandia per partecipare ad uno degli studi più importanti al mondo sulla predizione e prevenzione del Diabete di tipo 1. Cerchiamo di capire un po’ di più sul rapporto tra Finlandia e diabete di tipo 1 e perchè è importante per tutti noi. 

Per oltre quarant’anni la Finlandia è stata il Paese con la più alta incidenza di diabete di tipo 1 nei bambini. Ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per la ricerca internazionale: qui si registrano alcune delle più elevate percentuali di nuove diagnosi e sono nati alcuni dei più importanti studi che hanno cambiato la comprensione della malattia. 

Ma perché proprio la Finlandia? E cosa possiamo imparare da un Paese che continua a essere al centro della ricerca mondiale sul diabete di tipo 1? 

La Finlandia è il Paese con la più alta incidenza di diabete di tipo 1 

Secondo l’International Diabetes Federation (IDF), la Finlandia continua a occupare il primo posto tra gli 83 Paesi con dati epidemiologici recenti per incidenza del diabete di tipo 1 nei bambini sotto i 15 anni. Seguono Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Estonia, Algeria, Svezia, Canada, Norvegia e Libia.  

La Finlandia mantiene questo primato da decenni. Già dagli anni Ottanta gli epidemiologi avevano osservato che il numero di nuove diagnosi era molto più elevato rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei, rendendo il Paese uno dei principali osservatori naturali per studiare la malattia. 

Un fenomeno che la ricerca studia da oltre 40 anni 

Perché il diabete di tipo 1 sia così frequente in Finlandia non è ancora del tutto chiaro. 

Le conoscenze scientifiche attuali indicano che la malattia nasce dall’interazione tra una predisposizione genetica, che però è presente in molte persone che non sviluppano mai la malattia, e fattori ambientali ancora non completamente identificati. Nessun singolo elemento è sufficiente a spiegare da solo l’elevata incidenza osservata nel Paese. 

Tra le ipotesi più studiate ci sono: 

  • la particolare distribuzione di alcune varianti genetiche associate al rischio di diabete di tipo 1;  
  • infezioni virali che potrebbero contribuire ad attivare il processo autoimmune;  
  • fattori ambientali legati alla latitudine, come la minore esposizione alla luce solare;  
  • caratteristiche del microbiota intestinale;  
  • altri fattori ambientali che potrebbero influenzare il sistema immunitario nelle prime fasi della vita.  

Ad oggi, tuttavia, nessuna di queste ipotesi è stata confermata come causa unica della malattia. La comunità scientifica ritiene che sia la combinazione di più fattori a determinare il rischio individuale. 

Dalla Finlandia arrivano alcune delle scoperte più importanti 

L’elevata incidenza del diabete di tipo 1 ha permesso ai ricercatori finlandesi di sviluppare grandi studi di popolazione che seguono bambini fin dalla nascita. 

Tra questi c’è il Diabetes Prediction and Prevention Study (DIPP), uno dei più importanti programmi di ricerca al mondo sul diabete di tipo 1. 

Avviato negli anni Novanta, il DIPP coinvolge diversi centri universitari finlandesi, tra cui l’ Università di Oulu, e segue migliaia di bambini geneticamente predisposti con controlli periodici per individuare i primi segnali della malattia. 

Grazie a questo studio e ad altri sviluppati nel mondo, come il Trial-Net e il vecchio consorzio europeo INNODIA, è stato possibile comprendere che il diabete di tipo 1 non compare improvvisamente, ma è preceduto da una lunga fase silenziosa durante la quale il sistema immunitario inizia ad attaccare le cellule beta del pancreas. La presenza degli autoanticorpi può essere rilevata anni prima della comparsa dei sintomi, aprendo nuove prospettive per la diagnosi precoce. Da queste scoperte è stato possibile sviluppare strategie di prevenzione. 

Perché i ricercatori di tutto il mondo vanno in Finlandia 

La Finlandia non è soltanto il Paese con il maggior numero di nuovi casi in rapporto alla popolazione, è proprio per questo motivo anche uno dei luoghi in cui si fa più ricerca sul diabete di tipo 1. 

La disponibilità di registri sanitari di alta qualità, programmi di follow-up di lunga durata e grandi coorti di bambini a rischio rende possibile studiare l’evoluzione della malattia con un livello di dettaglio difficilmente raggiungibile altrove. 

È per questo motivo che molti ricercatori internazionali scelgono di collaborare con i centri finlandesi. 

Tra loro c’è anche la Dott.ssa Rosanna Squintani, vincitrice della Borsa di Studio “Sofia Filippini” 2026 della Fondazione Italiana Diabete, che trascorrerà sei mesi presso la Università di Oulu sotto la supervisione della Prof.ssa Riitta Veijola, una delle principali esperte mondiali di screening e prevenzione del diabete di tipo 1. 

Durante questo periodo lavorerà con il team del DIPP, analizzando dati sul monitoraggio continuo del glucosio, sul metabolismo e sull’attività fisica per comprendere meglio come evolve la malattia nelle sue fasi iniziali. 

L’eccezione italiana: la Sardegna 

Se la Finlandia rappresenta il riferimento mondiale, anche l’Italia ha un caso unico. 

La Sardegna presenta infatti una delle più alte incidenze di diabete di tipo 1 in età pediatrica al mondo. Questa caratteristica renderebbe l’isola un’importante risorsa per la ricerca italiana e internazionale e conferma quanto sia fondamentale investire in collaborazioni tra centri di eccellenza. 

La ricerca è la chiave per capire la malattia e se non capiamo la malattia, non potremo guarirla! 

Negli ultimi decenni la ricerca ha rivoluzionato la gestione del diabete di tipo 1 grazie a sensori, microinfusori e sistemi automatizzati per la somministrazione dell’insulina. 

Ma comprendere perché la malattia si sviluppi rimane una delle sfide più importanti. 

Gli studi condotti in Finlandia sono di aiuto per capire quali fattori favoriscano l’insorgenza del diabete di tipo 1 e come sia possibile individuarlo sempre più precocemente. 

Conoscere la causa della malattia, come diciamo sempre, sarà un passo fondamentale per affinare le strategie curative che esistono e su cui sta investendo la ricerca (terapie cellulari). 

Ogni elemento in più di conoscenza della malattia, grazie alla ricerca, ci porta di un passo più vicini alla cura definitiva e a liberarci del diabete di tipo 1. E’ una strada lunga e difficile, ma FID mette ogni giorno tutte le sue energie perché la strada si accorci!  

E ognuno di noi può fare la sua parte sostenendo la ricerca. 

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La Dott.ssa Rosanna Squintani vince la Borsa di Studio “Sofia Filippini” 2026

Fondazione Italiana Diabete è lieta di annunciare che la vincitrice della Borsa di Studio “Sofia Filippini” 2026 è la Dott.ssa Rosanna Squintani, selezionata dal Comitato Scientifico e dal Consiglio di Amministrazione per l’eccellenza del suo percorso scientifico e per il valore del progetto di ricerca presentato.

La Borsa di Studio “Sofia Filippini”, voluta da FID e arrivata al suo secondo anno, sostiene giovani medici e ricercatori che desiderano svolgere un periodo di ricerca all’estero per migliorare le proprie competenze e preparazione. Nasce dalla collaborazione tra Fondazione Italiana Diabete e l’Associazione Diabetici della Provincia di Brescia, con il supporto economico della Fondazione Bianca Ballabio per il 2026. 

È destinata a giovani specializzandi e neo-specialisti che desiderano svolgere un progetto di ricerca all’estero per almeno sei mesi, con un unico obiettivo: avvicinarci alla cura definitiva del diabete di tipo 1. 

⮕ Scopri di più sulla Borsa di Studio Sofia Filippini

Chi è Rosanna Squintani

Rosanna Squintani è pediatra, specializzata con lode presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e Clinical Research Fellow all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Il suo percorso è da tempo dedicato al diabete di tipo 1. Durante la specializzazione ha studiato le persone a rischio di sviluppare la malattia utilizzando i dati dello studio finlandese DIPP, uno dei più importanti programmi internazionali di ricerca sul diabete di tipo 1. Ha inoltre maturato esperienze di ricerca all’estero e partecipato per diversi anni ai campi educativi dedicati a bambini e ragazzi con diabete.

Le parole di Rosanna

“Sono profondamente onorata di ricevere la Borsa di Studio Sofia Filippini e ringrazio la Fondazione Italiana Diabete per la fiducia. Questo riconoscimento mi incoraggia a proseguire la ricerca sul diabete di tipo 1, con l’obiettivo di contribuire a migliorare la cura e la qualità di vita delle persone che convivono con questa malattia.”

– Dott.ssa Rosanna Squintani

Il progetto di ricerca

Grazie alla borsa, la dottoressa Squintani trascorrerà sei mesi presso l’ Università e l’Ospedale Universitario di Oulu in Finlandia, sotto la supervisione della Prof.ssa Riitta Veijola, tra i massimi esperti internazionali nella ricerca sul diabete di tipo 1 e sugli screening di popolazione, poichè la Finlandia è il paese che ha la più alta incidenza al mondo di diabete di tipo 1. 

Qui entrerà a far parte del team dello studio DIPP (Type 1 Diabetes Prediction and Prevention Study), che da oltre trent’anni segue migliaia di bambini e famiglie per capire come nasce il diabete di tipo 1 e come sia possibile riconoscerlo sempre più precocemente. 

Il progetto analizzerà i dati del monitoraggio continuo del glucosio, i parametri metabolici e i livelli di attività fisica per capire perché il diabete evolva più rapidamente in alcune persone rispetto ad altre. 

L’obiettivo è comprendere se l’attività fisica possa contribuire a rallentare la progressione della malattia nelle sue fasi iniziali e individuare con maggiore precisione chi potrebbe beneficiare di strategie di prevenzione e di nuovi trattamenti. 

Dalla Finlandia all’Italia

Uno degli obiettivi più importanti del progetto e della fellowship della dottoressa Squintani è trasferire in Italia l’esperienza maturata in Finlandia. 

Il centro di Oulu rappresenta infatti un modello internazionale per il monitoraggio delle persone a rischio di diabete di tipo 1. Portare questo approccio anche nella pratica clinica italiana potrebbe contribuire a rendere il percorso di assistenza più uniforme e permettere di seguire in modo sempre più efficace le persone a rischio, studiando per ciascuna una strategia di intervento diversa.

Una ricerca insieme alle persone con diabete

Come tutti i progetti sostenuti dalla Fondazione Italiana Diabete, anche questo coinvolgerà direttamente le persone con diabete attraverso il programma Alleati per la Cura. 

Un volontari FID certificato INPACT Associates affiancherà la ricercatrice durante il progetto, contribuendo alla revisione dei materiali destinati ai partecipanti e alla realizzazione di una comunicazione con un linguaggio scientifico sempre più chiaro e comprensibile. 

Investire nei giovani ricercatori

La Borsa di Studio Sofia Filippini, del valore di 18.000 euro, nasce proprio per offrire a giovani medici la possibilità di confrontarsi con alcuni dei migliori centri di ricerca internazionali e riportare poi queste competenze in Italia. 

Sostenere giovani ricercatori come la dottoressa Rosanna Squintani significa investire nella ricerca, favorire collaborazioni internazionali e accelerare il percorso verso una migliore prevenzione e, un giorno, verso la cura del diabete di tipo 1. 

Domande frequenti

Che cos'è lo stadio 2 del diabete di tipo 1?

Lo stadio 2 è una fase del diabete di tipo 1 in cui il processo autoimmune è già presente e la glicemia inizia a mostrare alterazioni, pur in assenza dei sintomi clinici della malattia. Studiare questa fase è fondamentale per sviluppare strategie di prevenzione e intervento precoce.

Perché l'attività fisica è oggetto di questa ricerca?

L'attività fisica potrebbe rappresentare un fattore modificabile capace di influenzare il controllo glicemico e la velocità di progressione della malattia. Il progetto della Dott.ssa Squintani analizzerà questo possibile ruolo nello stadio 2 del diabete di tipo 1.

Cos'è il programma DIPP della Finlandia?

Il Diabetes Prediction and Prevention Study (DIPP) è uno dei più importanti studi internazionali dedicati alla previsione e alla prevenzione del diabete di tipo 1. Da oltre trent'anni segue persone a rischio per comprendere meglio l'evoluzione della malattia.

Cos'è la Borsa di Studio "Sofia Filippini"?

La Borsa di Studio "Sofia Filippini" è un'iniziativa della Fondazione Italiana Diabete che sostiene giovani clinici e ricercatori impegnati nello studio del diabete di tipo 1, promuovendo esperienze di formazione e ricerca presso centri di eccellenza internazionali.

Qual è l'obiettivo finale del progetto?

L'obiettivo è trasferire in Italia il modello finlandese di monitoraggio delle persone a rischio di diabete di tipo 1, contribuendo allo sviluppo di percorsi clinici sempre più precoci, standardizzati e orientati alla prevenzione.

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Cristina Cucchiarelli: esperienza, formazione e impegno al fianco di FID

Quante altre persone stanno rinunciando ai propri sogni per lo stesso motivo?

La storia di Cristina Cucchiarelli parla di movimento, conoscenza e trasformazione. È il percorso di una giovane donna che ha dovuto rivedere il proprio rapporto con la danza dopo la diagnosi di diabete di tipo 1 e che, negli anni, ha scelto di mettere la propria esperienza e la propria formazione al servizio degli altri.

Oggi Cristina è trainer, nutrizionista e volontaria di Fondazione Italiana Diabete. Collabora alle iniziative dedicate allo sport, affiancando persone e atleti che convivono con il diabete di tipo 1 e contribuendo a diffondere una cultura dell’attività fisica fondata sull’ascolto, sulla preparazione e sulla consapevolezza.

Una vita costruita intorno alla danza

A 17 anni Cristina viveva all’estero e la danza rappresentava il centro della sua quotidianità. Allenamenti, disciplina e progetti professionali scandivano le giornate, fino a quando il suo corpo cominciò a mandare segnali sempre più difficili da ignorare.

Sete continua, stanchezza crescente e una maggiore difficoltà nel sostenere esercizi che fino a poco tempo prima facevano parte della sua routine. Per mesi non arrivò una spiegazione chiara. I sintomi vennero inizialmente attribuiti allo stress, ma Cristina sentiva che stava accadendo qualcosa di diverso.

La diagnosi di diabete di tipo 1 arrivò in un momento di profondo disorientamento. Da una parte rappresentò l’inizio di una condizione complessa da gestire; dall’altra diede finalmente un nome a ciò che stava vivendo.

Come racconta Cristina, il primo sentimento fu quasi di sollievo: finalmente c’era una risposta.

La diagnosi e il difficile equilibrio tra diabete e attività fisica

Ricevere una diagnosi, però, non significa conoscere immediatamente tutte le strategie necessarie per convivere con il diabete di tipo 1.

Cristina continuò ad allenarsi e cercò di proseguire il proprio percorso professionale. Si trasferì prima a Roma e poi in Slovenia, determinata a non rinunciare alla danza. Con l’aumentare dell’intensità degli allenamenti, tuttavia, la gestione glicemica diventò sempre più impegnativa.

Il diabete di tipo 1 richiede infatti un’attenzione continua a numerose variabili. Insulina, alimentazione, intensità e durata dell’esercizio, stress, sonno e condizioni individuali possono contribuire a determinare risposte differenti.

In quel periodo, Cristina non disponeva ancora delle conoscenze e degli strumenti che avrebbe acquisito successivamente. A un certo punto dovette prendere la decisione più difficile: interrompere la carriera professionale.

Non fu soltanto una rinuncia sportiva. Quando un’attività definisce per anni l’identità, i progetti e il modo di immaginare il futuro, fermarsi può significare perdere temporaneamente anche una parte di sé.

Una domanda che cambia la direzione del percorso

Dopo l’interruzione della carriera, Cristina attraversò un periodo di forte difficoltà personale. Da quella crisi, però, nacque una domanda destinata a cambiare il suo cammino:

Quante altre persone stanno rinunciando ai propri sogni per lo stesso motivo?

Cristina decise che la sua esperienza non sarebbe rimasta soltanto una storia di perdita. Cominciò a studiare Scienze motorie e, successivamente, Nutrizione clinica. Approfondì fisiologia, biomeccanica e metabolismo, cercando di comprendere meglio il rapporto tra organismo, attività fisica e gestione del diabete.

Alla formazione accademica affiancò l’osservazione diretta. Allenamenti, dati glicemici, risposte individuali, tentativi, errori e adattamenti diventarono parte di un percorso di ricerca personale e professionale.

La scoperta più importante fu che non esiste una sola risposta valida per tutti.

Il Metodo Pronking: osservare prima di intervenire

Da questo percorso è nato il Metodo Pronking, un approccio sviluppato da Cristina per rendere il movimento più accessibile e sostenibile alle persone con diabete, tenendo conto delle caratteristiche individuali.

L’attività fisica, infatti, non può essere valutata isolatamente. La risposta glicemica può variare in base al tipo di esercizio, alla sua intensità, alla durata, all’insulina attiva, all’alimentazione e a numerosi altri fattori.

Nel lavoro di Cristina trovano spazio anche elementi talvolta sottovalutati, come il sonno, lo stress, le emozioni e le abitudini quotidiane.

L’obiettivo non è fornire una formula universale né sostituire le indicazioni del diabetologo e del team sanitario. Il punto di partenza è aiutare la persona a osservare il proprio corpo, comprendere le variabili in gioco e costruire una maggiore consapevolezza.

Ogni programma di attività fisica deve essere personalizzato e condiviso con i professionisti sanitari di riferimento, soprattutto quando sono necessari adattamenti della terapia insulinica o dell’alimentazione.

Lo sport come strumento educativo

Per Cristina, lo sport non è soltanto prestazione. È soprattutto uno strumento educativo.

Allenarsi con il diabete di tipo 1 significa imparare a raccogliere informazioni, valutare ciò che sta accadendo e modificare le proprie decisioni quando necessario. Richiede preparazione, ma può anche favorire una conoscenza più profonda del proprio corpo.

«Lo sport mi ha insegnato a osservare, a capire e ad adattarmi», racconta Cristina.

Questa capacità non riguarda soltanto l’esercizio. Può diventare un modo di affrontare la quotidianità, sostituendo la paura dell’imprevisto con una maggiore capacità di lettura e di risposta.

Parlare di possibilità, in questo contesto, non significa sostenere che ogni traguardo debba essere raggiunto a qualunque costo. Significa non escludersi prima di aver valutato, insieme ai professionisti competenti, quali condizioni possano rendere un’attività sicura e sostenibile.

L’impegno di Cristina al fianco di Fondazione Italiana Diabete

Oggi Cristina mette la propria esperienza e la propria formazione anche al servizio di Fondazione Italiana Diabete.

Come volontaria e formatrice, contribuisce alle attività dedicate al rapporto tra sport e diabete di tipo 1. Ha collaborato con FID anche alla realizzazione di contenuti informativi rivolti ad allenatori e allenatrici, con l’obiettivo di promuovere ambienti sportivi più preparati, accoglienti e consapevoli.

Il suo lavoro coinvolge inoltre runner e atleti che partecipano a iniziative solidali per sostenere la ricerca. Persone che, attraverso lo sport, trasformano il proprio impegno personale in un gesto collettivo.

Prepararsi per una gara significa affrontare allenamenti, carichi progressivi, variazioni della routine e sforzi prolungati. Per chi convive con il diabete di tipo 1, tutto questo richiede una pianificazione attenta e una conoscenza approfondita delle proprie risposte.

L’esperienza di Cristina aiuta gli atleti a considerare la gestione del diabete come parte integrante della preparazione, senza nascondere le difficoltà e senza ridurre la persona alla sua diagnosi.

Lo sport per sostenere la ricerca

L’incontro tra sport e solidarietà rappresenta uno dei modi attraverso i quali la comunità di FID sostiene la ricerca scientifica.

Ogni allenamento, iniziativa o competizione può diventare un’occasione per sensibilizzare, raccogliere fondi e far conoscere il diabete di tipo 1. Dietro ogni atleta del Team FID ci sono una storia personale, una rete di sostenitori e un obiettivo condiviso: contribuire ad avvicinare la ricerca a una cura definitiva.

La missione di Fondazione Italiana Diabete è sostenere e accelerare la ricerca sul diabete di tipo 1, coinvolgendo persone, famiglie, volontari, ricercatori e comunità.

L’impegno di Cristina si inserisce in questo percorso. La gestione consapevole dell’attività fisica può migliorare il presente; il sostegno alla ricerca può contribuire a cambiare il futuro.

Non rinunciare prima di cominciare

La storia di Cristina non propone una narrazione priva di difficoltà. Al contrario, racconta il dolore di una carriera interrotta, la necessità di ricostruirsi e il lungo lavoro richiesto per trasformare un’esperienza personale in una competenza utile anche agli altri.

È proprio questa complessità a rendere il suo percorso significativo.

Convivere con il diabete di tipo 1 può richiedere adattamenti, preparazione e scelte quotidiane impegnative. Ma una diagnosi non dovrebbe tradursi automaticamente nell’esclusione da ogni progetto.

Per Cristina, oggi, la parola “possibilità” non significa riuscire sempre. Significa conservare la libertà di informarsi, prepararsi e provare, senza considerarsi sconfitti prima di iniziare.

La sua esperienza, la sua formazione e il suo impegno al fianco di FID mostrano come una storia personale possa trasformarsi in ascolto, condivisione e partecipazione. E come il movimento possa diventare non soltanto un’attività fisica, ma uno strumento per ritrovare fiducia, costruire comunità e sostenere la ricerca.

La storia di Cristina Cucchiarelli e il suo impegno al fianco di Fondazione Italiana Diabete sono stati recentemente menzionati anche da Vanity Fair Italia. 

Domande frequenti

Chi è Cristina Cucchiarelli?

Cristina Cucchiarelli è una trainer, nutrizionista ed ex ballerina professionista che convive con il diabete di tipo 1. È inoltre volontaria di Fondazione Italiana Diabete e si occupa di formazione sul rapporto tra attività fisica, ascolto del corpo e gestione della glicemia.

Che cos’è il Metodo Pronking?

Il Metodo Pronking è un approccio sviluppato da Cristina Cucchiarelli attraverso la formazione e l’esperienza sul campo. Considera l’esercizio insieme a fattori individuali quali gestione glicemica, alimentazione, sonno, stress, emozioni e abitudini quotidiane.

Il Metodo Pronking non sostituisce le indicazioni del team diabetologico.

Chi ha il diabete di tipo 1 può praticare sport?

Sì. L’attività deve essere affrontata con una preparazione adeguata e personalizzata in base alla terapia, al tipo di esercizio e alle risposte individuali.

È importante confrontarsi con il proprio diabetologo o con il team sanitario prima di iniziare o modificare un programma di allenamento.

Perché l’attività fisica può modificare la glicemia?

La risposta glicemica può variare in funzione dell’intensità e della durata dell’esercizio, dell’insulina attiva, dell’alimentazione, dello stress e di altre variabili personali.

Per questo è importante osservare le proprie risposte e definire strategie individuali con il team diabetologico.

Qual è l’obiettivo di Fondazione Italiana Diabete?

Fondazione Italiana Diabete sostiene e accelera la ricerca scientifica con l’obiettivo di arrivare a una cura definitiva del diabete di tipo 1.

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Terapie cellulari senza immunosoppressione: da 14 mesi le isole geneticamente modificate continuano a produrre insulina

E se fosse possibile trapiantare isole capaci di produrre insulina senza dover ricorrere all’immunosoppressione?

Possiamo rispondere oggi che è possibile!

E’ stato pubblicato sul New England Journal of Medicine l’aggiornamento del primo studio condotto nell’essere umano con isole pancreatiche geneticamente modificate attraverso la tecnologia sviluppata da Sana Biotechnology.

A oltre 14 mesi dal trapianto, effettuato senza somministrare farmaci immunosoppressori, le cellule risultano ancora vitali e capaci di produrre insulina.

Il risultato rafforza una prima e importante prova di principio. 

Non rappresenta, tuttavia, una terapia già disponibile: lo studio riguarda una sola persona, utilizza una quantità molto ridotta di isole da donatore cadavere e ha come obiettivo principale la valutazione della sicurezza di queste isole geneticamente modificate nell’uomo.

Perchè l’immunosoppresione rappreseta un ostacolo

Nel diabete di tipo 1, il sistema immunitario distrugge le cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina.

Le terapie cellulari cercano di sostituire le cellule danneggiate dal sistema immunitario della persona con nuove cellule funzionanti. Il problema è che il sistema immunitario può riconoscere le cellule trapiantate come estranee e attaccarle e a questo nelle persone con il diabete di tipo 1 si può aggiungere anche l’attacco dell’autoimmunità (nel caso in cui si trapiantino cellule della persona stessa)..

Per proteggere le cellule infuse, i trapianti di isole pancreatiche richiedono l’assunzione di farmaci immunosoppressori. Questi trattamenti riducono l’attività del sistema immunitario, ma possono provocare effetti indesiderati, tra cui problemi ai reni, e rendono difficile immaginare un’applicazione della terapia su larga scala.

La ricerca sta quindi studiando diverse strategie per proteggere le cellule trapiantate. Tra queste vi sono:

  • l’incapsulamento, che crea una barriera fisica intorno alle cellule;
  • il gene editing, che interviene direttamente sulle loro caratteristiche biologiche.

Fondazione Italiana Diabete sostiene da tempo la ricerca nel campo del trapianto di isole pancreatiche e delle tecnologie di incapsulamento.

La strategia sviluppata da Sana Biotechnology 

Sana Biotechnology sta sviluppando in collaborazione con le Università di Uppsala e Oslo una tecnologia basata sul editing genetico con l’obiettivo di rendere le cellule trapiantate meno riconoscibili dal sistema immunitario.

Queste cellule vengono definite ipoimmuni: sono modificate per ridurre il rischio di attacco immunitario, continuando allo stesso tempo a svolgere la propria funzione e a produrre insulina.

Nel primo studio condotto nell’essere umano, alcune isole pancreatiche provenienti da un donatore deceduto sono state geneticamente modificate e successivamente trapiantate nel muscolo dell’avambraccio di una persona con diabete di tipo 1.

Il trattamento è stato effettuato senza ricorrere a farmaci immunosoppressori.

I primi risultati dello studio sono stati descritti anche in una pubblicazione sul New England Journal of Medicine, una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali in ambito medico.

➡️ Qui il link all’articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2604408

Il contributo della professoressa Hanne Scholz

FID aveva già approfondito questo percorso di ricerca intervistando Hanne Scholz, professoressa, senior scientist e direttrice del Centro di Isolamento dell’Ospedale dell’Università di Oslo.

Il suo gruppo di ricerca, in collaborazione con Sana Biotechnology, ha lavorato allo studio delle isole pancreatiche modificate per ridurne il riconoscimento da parte del sistema immunitario.

Nell’intervista realizzata da Fondazione Italiana Diabete, la professoressa Scholz aveva spiegato perché eliminare la necessità dell’immunosoppressione rappresenti un passaggio fondamentale per rendere, in futuro, le terapie cellulari più accessibili alle persone con diabete di tipo 1. 

Lo studio, condotto tra Uppsala e Oslo, ha permesso di valutare per la prima volta questa strategia in una persona.

Una quantità di cellule molto ridotta

La persona coinvolta nello studio ha ricevuto una quantità di isole pancreatiche pari a circa il 5% della dose normalmente considerata necessaria per tentare di ripristinare completamente la produzione di insulina.

La dose ridotta riflette la natura esplorativa della sperimentazione.

Si tratta infatti di uno studio di fase 1, nel quale l’obiettivo principale è verificare la sicurezza del trattamento. La procedura non era stata progettata per rendere la persona indipendente dall’insulina né per sostituire la terapia quotidiana.

I ricercatori hanno comunque monitorato la funzione delle cellule attraverso la misurazione del C-peptide, una sostanza prodotta insieme all’insulina e utilizzata come indicatore della produzione insulinica dell’organismo.

Che cosa mostrano i nuovi dati

Prima di tutto dopo 60 settimane non sono stati riportati eventi avversi gravi. 

A oltre 14 mesi dal trapianto, nella persona coinvolta era ancora rilevabile il C-peptide. Questo indica che le cellule trapiantate erano ancora vive e continuavano a produrre insulina.

Le isole pancreatiche risultavano inoltre visibili nella sede del trapianto attraverso esami PET e risonanza magnetica.

Dopo circa un anno, i ricercatori hanno osservato una diminuzione temporanea del C-peptide, interpretata come un possibile segnale di affaticamento delle cellule beta. Successivamente, i livelli sono tornati ad aumentare.

Si tratta di un’osservazione interessante, che dovrà però essere approfondita e confermata da ulteriori studi.

Che cosa è successo dal punto di vista immunitario

Nella persona coinvolta non è stata rilevata una risposta immunitaria contro le isole pancreatiche trapiantate.

Gli autoanticorpi associati al diabete di tipo 1 sono rimasti presenti, ma durante il periodo di osservazione non sembrano aver compromesso la sopravvivenza e la funzione delle cellule modificate.

Questo dato suggerisce che il gene editing possa aver aiutato le isole trapiantate a evitare il riconoscimento da parte del sistema immunitario.

È però importante mantenere una formulazione prudente: il risultato riguarda una sola persona e non permette ancora di stabilire se la stessa protezione sarà efficace nel lungo periodo o in un numero maggiore di partecipanti.

Perché il risultato è importante

Uno dei principali limiti delle terapie cellulari è la necessità di proteggere le nuove cellule sia dal rigetto del trapianto sia dalla risposta autoimmune che caratterizza il diabete di tipo 1.

Il fatto che le isole modificate siano rimaste vitali e funzionali per oltre 14 mesi senza immunosoppressione rappresenta quindi un segnale rilevante.

Questi dati costituiscono una prova di principio: mostrano che la strategia può funzionare biologicamente in una persona.

Non dimostrano ancora, però, che il trattamento sia sicuro, efficace e applicabile su larga scala.

I limiti ancora da superare

Lo studio presenta diversi limiti:

  • riguarda una sola persona;
  • utilizza una quantità molto ridotta di cellule;
  • non è stato progettato per eliminare la necessità della terapia insulinica;
  • presenta un periodo di osservazione ancora limitato.

Esiste inoltre un altro ostacolo importante: le isole pancreatiche utilizzate nello studio provengono da un donatore deceduto.

Lavorare con cellule provenienti da donatore è complesso. La loro disponibilità è limitata e la produzione non può essere programmata con facilità. Questi fattori rendono difficile immaginare un trattamento accessibile a un numero elevato di persone.

Il prossimo passo: le cellule staminali

Per superare il limite legato alle cellule da donatore, Sana Biotechnology prevede di applicare la propria tecnologia ipoimmune a isole pancreatiche prodotte a partire da cellule staminali.

L’obiettivo è ottenere cellule più standardizzate, riproducibili e potenzialmente disponibili su scala più ampia.

Il programma di Sana basato su isole pancreatiche derivate da cellule staminali è denominato SC451 ed è ancora in fase di sviluppo.

Questa nuova fase richiederà ulteriori studi clinici per valutarne:

  • la sicurezza;
  • l’efficacia;
  • la durata della risposta;
  • la capacità di produrre insulina in quantità clinicamente significative.

Anche in questo caso si tratta di una prospettiva di ricerca e non di un trattamento già approvato.

Un percorso che FID continua a sostenere e raccontare

Seguiamo da vicino lo sviluppo delle terapie cellulari, le sosteniamo con i fondi per la ricerca perché rappresentano una delle principali direzioni della ricerca verso una cura definitiva del diabete di tipo 1. Presto potremo darvi notizie importanti sugli studi che stiamo sostenendo e sosterremo nei prossimi cinque anni.

Durante il DIABETHON 2025 abbiamo dato voce direttamente ai ricercatori, raccontando passo dopo passo il lavoro sulle isole pancreatiche, sul gene editing, sull’immunosoppressione e sul possibile ruolo delle cellule staminali.

Guarda gli approfondimenti

Gene editing e isole pancreatiche modificate
➡️ Guarda l’approfondimento video di FID a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=BDO7qHvgczc

Intervista alla professoressa Hanne Scholz
➡️ Guarda l’intervista realizzata da FID a questo link: https://www.instagram.com/reel/DLz6ZWyMqcT/

Intervista al professor Per-Ola Carlsson 
➡️ Guarda l’intervista realizzata da FID: https://www.facebook.com/FondazioneItalianaDiabete/videos/a-che-punto-siamo-coi-trapianti-senza-immunosoppressione-ovvero-con-isole-geneti/1617007156255877/